Meditazione decima sopra Roma. Oh! Roma la tua passata gloria mi richiama a ripensare a te. Cosa foste un tempo; cosa or sei; cosa sarai ben presto? Fondata da un favoloso scellerato arrivasti con le virtù, e con i delitti dei figli tuoi a padroneggiare quasi tutto il mondo cognito. Canonizzaste per grandezza le tue ingiustizie, e le tue frodi furono la base dei tuoi diritti, senza professare la filosofia, una legislazione componeste ch'è servita, e serve ancora a governare le moltiplici, ed intrigate faccende dei privati. Sobria in un tempo, magnifica in un altro foste l'ammirazione dei contemporanei, e dei posteri. Con chiamare amor di patria l'esercizio della forza ti faceste rispettare, e temere. Gli avanzi di tua grandezza benché infranti dal tempo richiamano il viaggiatore dai più lontani confini del mondo. Adesso la tua miseria ti dà titolo alla nostra compassione. Impoverita, ingannata per mille artificiose strade non ti pavoneggi dei tuoi Numa, dei tuoi Cammilli, dei tuoi Fabi, dei tuoi Scipioni, ma de' tuoi Bruti. Le tue campagne deserte, le tue fabbriche che rovinose, i tuoi cittadini pezzenti spiegano qual sia la tua riacquistata libertà. Questa non ti permette neppur di piangere della tua cecità, e dell'obbrobrio in cui giaci. Ma vedi tu che i tuoi mali si aumenteranno ancora assai che le spine copriranno affatto i campi ove nascevano le spighe, e verdeggiavano le viti, che l'erbe, e gli arbusti occuperanno le vie, per le quali passavano i trionfatori, che l'ellera rovinerà i tuoi superbi archi ed i tuoi maestosi templi, che l'aria malefica mieterà la vita de' tuoi cittadini? Allor sarai una seconda Gerusalemme, ed il raro passeggiere vedrà fra i tuoi sassi come ha espiati i tanti tuoi delitti di ogni genere. Povera Roma!