Vizi della vecchiaia. Facciamo i nostri conti, ed il nostro esame su quello che Montaigne dice dei vizi della vecchiaia lib. III cap. II. Sono io fiero? Fiero, orgoglioso per il mio onore, sì certo, ma non ho ambizione, non spiego disprezzo se non per i cattivi, che scanso quanto posso. Sono un insulso, e noioso discorritore? No certo, parlo meno, che in gioventù, e non credo di dover riformare il mondo, di dovere odiare i miei simili, di aver diritto a sgridargli. Il mio umore è spinoso, e insociabile? Sfuggo di esternare molti miei sentimenti, e mi accomodo a tutto quanto so, e posso, fuori, che al vizio, e questo, quando lo incontro, abbasso gli occhi non avendo forze per combatterlo essendo sovente baldanzoso, gradito, protetto non poco il più spesso. Sono superstizioso? No: forse sono da molti creduto meno devoto di quanto vorrebbero. Sono avaro? E perché d'altri più doverei esserlo? Questo vizio mi fa ridere negli altri, e mi par brutto, irragionevole. Sono invidioso, ingiusto, maligno? Che deve finire questo esame in mia lode? Dio vede il mio cuore, vi legge quello, che gli uomini non vi possono scorgere, sa che sono stato a più riguardi un peccatore, e nelle mie emende ho forse ubbidito alla necessità, più, che al dovere, ma quello, che comparisca al di fuori lo devono dire quelli, che mi praticano, che si lusingano conoscermi, che hanno che fare meco. Io non gl'interrogo, né mai gl'interrogai, perché ho saputo da gran tempo, che gli uomini sono o maligni, o precipitosi ne' giudizi loro, o male istruiti dei nostri fatti, o cattivi giudici degli altri. Le regole dell'onesto non si devono apprendere dai nostri simili, ma dai fasti dell'etica e la nostra coscienza deve uniformarsi alla buona morale, non al costume, alle opinioni di moda, alla condotta degli altri. In sostanza a me pare di non esser fra quelle anime, che invecchiando sentono "l'aigre, et le moisi", ma di tutto sia lode al mio Creatore, e serva ciò a farmi meritare misericordia, perdono del passato.