Meditazione seconda sopra Roma.
E che cosa ha ridotto Roma a questi rischi?
L'orgoglio, l'imbecillità della sua corte. Il mal talento, l'alterigia dei francesi.
Questi pieni di lor vittorie, mal disposti di lunga mano contro il capo della religion cattolica, avidi di rubare, hanno troppo ben profittato delle circostanze.
Quella non avvezza ancora a riconoscersi, è stata troppo presuntuosa nell'universale rivoluzione d'Europa, e mai ha saputo lo stato vero delle cose.
Pio VI credette attutire Giuseppe II a Vienna, la Rivoluzione francese riguardò come se stata fosse quella di S. marino, si avvilì poi senza lealtà ad una tregua a Bologna, e ad una pace a Tolentino, che lo impoverivano.
Lo avevano già impoverito grandiose spese di ogni genere, ed una falsa idea di pubblica economia. Lo avevano alquanto avvilito in faccia ai buoni, una tenerezza cieca verso il nipotismo.
Un Sacro Collegio composto di superbi senza talento, una città popolata di braccia sterili, una plebe avvezza a vivere sopra il sudore degl'industriosi agricoli, uno stato tiranneggiato da dei proconsoli ecc. vedde con stupido dispetto strapparsi tre ricche legazioni, e non si persuade dover essere umile.
Dov'è Giulio II dov'è anzi Gregorio VII?
Ma questo non è un secolo per loro, né le faccende diplomatiche sono più nell'arbitrio dei preti.
I grandi interessi non si trattano più in Italia, e nulla vale la politica romana, più astuta, che leale.
Gran danno che in Roma vi sieno troppi democratici, e manchi loro un Cola di Renzo, che sappia guidargli almeno nell'insorgere.
Ma costui potrebbe contare sopra la lealtà francese.
Non già. Forse hanno in mente dei progetti, che ad una prudenza altrui non è più tempo a parare.
Forse lo stato infelice del popolo quasi affamato prepara delle scene lugubri, quando sia al colmo la disperazione.
Forse Roma è giuocata dall'altrui ambizione, e non lo sa.
Forse...
Che tetra meditazione è questa di oggi per chi vorrebbe ormai tranquilla l'Italia acciò le piaghe sue si rimarginassero alla meglio.