Granduomini. È di gran dispiacere per il savio che pensa, l'esser costretto a confessare, che di rado gli uomini grandi per talento, o potere abbiano questi impiegati senza ingiustizie, a riconoscere Federigo, Caterina, non che Cesare, Luigi XIV ecc. granduomini, e gran prepotenti. Questa confessione, che dobbiamo ripetere alla lettura di ogni pagina della storia, spreme le nostre lagrime, e ci condurrebbe a desiderare che i granduomini fossero eliminati dalla terra, come lo furono i lebbrosi. Eppure a questi anzi l'antichità porse vittime, ed incensi, i poeti da Omero in qua coronarono di lodi, i piccoli filosofi ammirarono come ora ammirano Bonaparte. Eppure a questi g'imbecilli, e i salariati prestano la penna per giustificare le loro usurpazioni, le loro prepotenze, per ingannare con manifesti menzognieri gli stupidi. Quel contrasto di azioni inique, e belle che si riscontrano nella vita degli eroi dal Macedone al gran Condè getta un splendore, che abbaglia il volgo, ed il leggere le lodi date al monarca prussiano dal conte di Hertzberg, e i luminosi di lui difetti rilevati da Voltaire nelle memorie della propria vita, quelle che il medesimo autore gettò sopra il monarca francese nel secolo di lui e quanto sul medesimo soggetto notò il buon abate di Saint-Pierre, inganna, e lascia nella perplessità anche i buoni pensatori. La potenza, ed il genio sono istrumenti di cui gli uomini sempre abusano come hanno fatto del ferro destinato a scavar la terra, ed alla loro difesa, e portato all'offesa, alla vendetta, all'assassinio dal malvagio. Dunque deve desiderarsi dal cielo più un buon re, che un gran re, e se nelle croniche monacali, e francesi è stato encomiato Carlo Magno come essersi mostrato l'uno, e l'altro, non so se le sue conquiste gli lascino un vero titolo a ottenere il primo dal solitario speculatore della verità.