Ritorno su me stesso. Se io scrissi la Vita di Arlecchino per giuoco, non vuol dire, che fossi insensibile a stendere le mie meditazioni sopra delle materie più alte, più importanti. Ho sensibilità per stimare Omero, Virgilio, Dante, Tasso, Bacone, Newton, d'Alembert, Buffon, Cesare, Federigo II, Pietro Leopoldo ecc. ecc. ecc. Raffaello, Brunellesco, Galileo, Guidi ecc. m'incantano. Apollo di Belvedere, la Venere Medicea, San Pietro, Santa Reparata ecc. mi fissano dolcemente. E Leibnitz e Garrick ecc.? Tutto quello, ch'è grande, mi scuote, benché io sia piccolo, ma mi scuote diversamente. L'uomo giusto, innocente mi conduce a sé per amarlo, l'uomo coraggioso, altero, audace lo rispetto, e non l'amo, considerandolo simile a quei cavalloni d'acqua, che affondano i naviganti, a quei turbini, che desertano le campagne, a quei vulcani, che incendiano le città. Tutto è opera della Natura ma vorrei mille Aristidi, e niun Roberspierre, mille La Fontaine e niun Voltaire. È stato un trastullo il condurre intorno ad Arlecchino cento mio fantasiuole per sfogarmi placidamente in silenzio. Alti concetti, magnifiche idee chiudevo in me stesso, che averebbero scandolezzato prima del 1789 anno famoso in questo secolo. Mi colpì Montesquieu, mi colpì Rousseau, ma veddi, che gli uomini erano ancor lontani da loro quando comparvero in scena. Fenelon mi parve troppo superiore a tutt'i preti suoi simili, Franckin troppo maggiore di tutt'i filosofi simili a lui. L'anima grande è poche volte felice; l'entusiasmo sovente la tradisce; il cuore è il suo martirio; i suoi desideri sono i suoi accusatori. Per far felice forse, chi nascerà, il filosofo solo nel suo gabinetto può progettare, può tessere i suoi pensieri innocentemente. Chi comparisce sul palco orgoglioso, indocile, panegirista di se stesso, può esser grande, ma farà temere, sarà odiato, non sarà mai quello, che migliorerà veramente la sorte dei suoi coetanei.